Un volo lungo fino a Perth, un’alba sull’Optus Stadium e due maglie lombarde pronte a misurarsi dall’altra parte del mondo. Sembrava un film di calcio moderno. Poi, la scena si è fermata sul fotogramma più scomodo.
Per settimane, dossier aperti e telefonate a ogni fuso orario. La Serie A inseguiva una prima assoluta: una gara di campionato ufficiale all’estero. Una vetrina in Australia, pubblico nuovo, sponsor in scia. L’idea non nasce dal nulla. Il calcio europeo guarda da anni ai mercati extraeuropei. La Supercoppa Italiana viaggia spesso in Medio Oriente. La Spagna ha spostato la Supercoppa in Arabia Saudita. Portare però un match di campionato fuori confine è un’altra cosa.
I sostenitori avevano iniziato a organizzarsi. Dall’Italia a Perth ci sono oltre 13.000 km e, di norma, più di 18 ore di volo con scalo. L’Optus Stadium (circa 60.000 posti, inaugurato nel 2018) ha già ospitato amichevoli di alto profilo, da Manchester United–Leeds a Tottenham–West Ham. La comunità italiana in Australia è grande: secondo il Census 2021, oltre un milione di persone dichiara ancestrie italiane. Il contesto c’era. L’energia pure.
Per Milan e Como, oltre alla visibilità, c’era un tema tecnico. Calendario compresso tra campionato, viaggi intercontinentali e recupero fisico. Febbraio non è un deserto agonistico: gli impegni in serie ti chiedono lucidità e gambe fresche. Un trasferimento del genere apre problemi di logistica, assicurazioni, clausole con le emittenti. E chi paga cosa, quando e come? È qui che ogni entusiasmo deve fare i conti con i contratti.
Il punto centrale arriva qui. La Lega Serie A e il governo del Western Australia hanno diffuso una nota congiunta: l’evento non si farà “a causa dei rischi finanziari che non è stato possibile contenere, delle condizioni di approvazione onerose e delle complicazioni dell’ultimo minuto al di fuori del loro controllo”. Non sono stati resi pubblici numeri o penali: non ci sono cifre ufficiali verificabili. La scelta blocca quella che sarebbe stata la prima partita di un campionato europeo disputata all’estero. Un precedente, in Spagna, suggeriva prudenza: LaLiga provò più volte il “caso Miami” tra 2018 e 2019, poi stoppato da federazione, tribunali e proteste di calciatori e tifosi.
Cosa resta? Un esperimento rinviato. La Lega cercherà nuove finestre, magari con format diversi. Le istituzioni locali australiane valuteranno se ripresentarsi, ma con garanzie più solide su costi, sicurezza, permessi e diritti TV. Le società faranno i conti con i supporter: molti avevano già pianificato ferie e biglietti, anche se non ci sono dati pubblici su vendite e rimborsi. Sullo sfondo, la domanda: il calcio domestico può restare “locale” e, insieme, parlare al mondo?
Non è un no al futuro, è un no al come. Spostare un evento ufficiale fuori continente richiede una grammatica operativa perfetta. Ogni virgola pesa milioni. Intanto lo stadio a Perth tornerà al suo silenzio buono, con il vento dell’oceano che taglia l’erba. E noi? Preferiamo una partita più vicina e certa, o un orizzonte lontano che a volte sfuma?
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