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Inaki Williams Critica la Scelta dell’Arabia per la Supercoppa di Spagna: ‘Sembra di Giocare in Trasferta’

Scritto da
Aldo Franceschini

Un viaggio lungo, luci abbaglianti, cori che non ti appartengono. La Supercoppa di Spagna è lontana da casa e qualcuno in campo lo sente sulla pelle. Quando il fischio d’inizio risuona a Riad, la distanza non è solo geografica: è culturale, emotiva, competitiva.

La Supercoppa di Spagna è cambiata. Oggi si gioca in quattro, a gennaio, lontano dai campi dove nascono le rivalità. Da alcuni anni il torneo si disputa in Arabia Saudita, dentro un accordo pluriennale fra la RFEF e i partner locali. La federazione ha confermato l’estensione fino al 2029; le cifre esatte non sono pubbliche. La stampa parla di ricavi importanti per ogni edizione, ma non c’è un dato ufficiale verificabile. Vale dirlo, per chiarezza.

Per i club, il biglietto aereo è il minimo. Contano i tempi di recupero, i fusi, il clima secco di Riad. Contano i tifosi, che faticano a seguire la squadra. Soprattutto contano le proporzioni sugli spalti: Real Madrid e Barcellona catalizzano il pubblico globale; le altre portano meno seguito, per forza di cose. È una “neutralità” asimmetrica.

Un trofeo lontano da casa

Qui entra il punto di vista di Iñaki Williams, bandiera dell’Athletic Club e voce ascoltata nello spogliatoio. Williams conosce la Supercoppa in tutte le sue versioni: l’ha vinta in Spagna nel 2021 (edizione giocata in casa, causa pandemia), l’ha persa a Riad nel 2022 contro il Real Madrid. In un contesto così, le parole pesano: “Sembra di giocare in trasferta”. Non è uno sfogo da risultato; è la fotografia di un ambiente. Gli spalti spingono per chi ha più magnetismo globale, la cornice premia il marchio più forte.

Il contenuto è sportivo, prima che politico. Quando l’equilibrio del pubblico si inclina, la “final four” promette neutralità ma consegna un’altra cosa: una semifinale che appare già inclinata, un’atmosfera più da tournée che da torneo nazionale. E per club come l’Athletic, che vivono di appartenenza e cantera, il senso del trofeo cambia. Diventa una vetta da scalare con il vento contro.

Dati, interessi, impatto

I numeri aiutano a capire la frizione. Bilbao–Riad sono oltre 5.000 km. Due voli, almeno tre fusi orari, micro-cicli di allenamento compressi. Il calendario di gennaio è fitto, tra campionato e coppa. La “vetrina” internazionale garantisce introiti e visibilità. Ma la distribuzione economica non è completa né trasparente nelle comunicazioni ufficiali: la RFEF non divulga il dettaglio per club; diverse inchieste giornalistiche parlano di compensi differenziati, con extra per le squadre più seguite. Senza documenti pubblici, resta un’informazione non certificata. Va segnalato.

Un appunto di contesto: il capitano ufficiale dell’Athletic nella stagione 2024-25 è Óscar de Marcos, secondo le note del club; Williams è leader tecnico, e la sua posizione riflette una sensibilità condivisa da molti giocatori che hanno vissuto la Supercoppa “in trasferta”. Nel 2022, a Riad, la presenza di tifoserie a maggioranza madridista era evidente a occhio nudo; non esistono però percentuali ufficiali sul tifo di quella finale. Di nuovo: niente numeri certi, solo osservazioni concordanti di campo e di stampa.

La domanda, allora, non è morale. È sportiva. Che valore ha un trofeo nazionale quando la cornice spinge su brand e geografia, e non sulla parità sensoriale dell’evento? Il calcio di vertice vive di diritti TV, sponsor e tour globali. Ma vive anche di cori familiari, di chilometri percorsi in pullman, di stadi che sanno di casa. Forse la sfida non è scegliere tra cassa e identità. È trovare un equilibrio che non costringa nessuno, soprattutto i giocatori, a sentirsi “ospiti” nel proprio torneo. E se il prossimo coro che sentiremo a gennaio fosse davvero per chi costruisce il gioco e non per chi vende più maglie?

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