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La rivoluzione della telecronaca: l’Intelligenza Artificiale nel calcio e il dilemma del pathos

Scritto da
R.D.V.

Un big match ha acceso i riflettori su un paradosso: l’innovazione porta la telecronaca ovunque, ma rischia di smorzarne il battito. Tra promesse di accessibilità e brividi che non arrivano, il gioco si fa serio.

La rivoluzione della telecronaca: l’Intelligenza Artificiale nel calcio e il dilemma del pathos – serieanews.it

Durante Psg–Marsiglia, una piattaforma ha sperimentato la traduzione in diretta della telecronaca in italiano. Sui social, la reazione è stata immediata. Una nota “voce degli azzurri” ha sintetizzato il malessere: “Il ritmo non c’è”. Non è un caso isolato. È un segnale. L’intelligenza artificiale sta entrando nel calcio con passo deciso, ma dove passa spesso il pathos resta indietro.

La novità seduce. Un pubblico più ampio, più lingue, meno barriere. È un’idea giusta, soprattutto per chi segue i campionati esteri. Ma la domanda affiora: cosa rende viva una partita, oltre al gioco?

Cosa fa davvero l’IA in telecronaca (e il nodo del pathos)

La pipeline è chiara. Un sistema cattura l’audio pulito. Il riconoscimento vocale lo trascrive. La traduzione automatica lo porta in un’altra lingua. Un motore di sintesi vocale genera la nuova voce. Tutto in pochi secondi, con una latenza che, nei test pubblici, oscilla di solito tra 1 e 3 secondi in streaming. Esistono glossari per nomi e toponimi. Esistono modelli che modulano la prosodia. I miglioramenti sono reali: meno errori, meno “robotese”, più naturalezza nelle pause.

I vantaggi? Sono concreti. Inclusione per non vedenti con audio descrizioni, copertura simultanea in più lingue, costi ridotti per incontri minori. L’IA è già utile nel contorno: tagging delle azioni, clip sugli expected goals, trovata rapida delle inquadrature chiave. Qui funziona bene. Sostiene il racconto, non lo sostituisce.

Fin qui, una rivoluzione che ha senso. Ma a metà campo ci aspetta l’altra faccia.

Il calcio scorre a strappi. Il telecronista respira con il gioco. Allunga la vocale sul tiro. Trattiene il fiato sul controllo. Esplode al gol, e sa tornare piano sul rinvio. Questo è pathos. Non è solo volume. È timing, micro-silenzi, anticipo emotivo. I migliori hanno memoria tattile del match e sanno quando non parlare.

L’IA oggi regge la semantica, non sempre la temperatura. I motori di audio sintetico tendono a lisciare le creste. La prosodia resta prudente per evitare inciampi. Nei picchi d’azione, un ritardo minimo basta a raffreddare la scena. Inoltre, la gestione dei dialoghi con la seconda voce è rigida: turni puliti, pochi intercalari, quasi nessuna ironia a caldo. La partita diventa chiara, ma meno viva.

Esistono soluzioni. Modelli espressivi, addestrati su dinamiche sportive, possono ampliare il range emotivo senza cadere nella caricatura. I glossari curati riducono gli errori di pronuncia. Un sistema ibrido, con telecronista umano e assistente IA che fornisce dati, traduce a bassa latenza e segnala eventi, è già maturo. Richiede regia. Richiede etica: consenso per l’uso delle voci, tutela dei diritti, trasparenza verso gli utenti. Alcuni test sono pubblici; altri, in corso, non hanno ancora dati verificabili su accuratezza e gradimento. Quando mancano numeri, conviene dirlo: al momento non esistono metriche condivise che misurino la “tensione emotiva” generata dall’IA durante una partita.

Il punto è semplice e scomodo. Possiamo automatizzare il suono, non l’attesa. La differenza tra raccontare un gol e farlo sentire sta in una “e” tirata un secondo in più. Finché la macchina non impara a respirare con il pallone, il rischio è un grande servizio con un piccolo brivido. E allora, la prossima volta che parte un contropiede, cosa preferiamo in cuffia: una voce perfetta o un imperfetto sussulto che ci faccia alzare dal divano?

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