Costacurta senza filtri su Leao: talento, limiti e aspettative. Un’analisi che divide tifosi e addetti ai lavori.
C’è un modo diretto, quasi brutale, di dire le cose quando non si ha nulla da difendere se non la propria idea di calcio. Alessandro “Billy” Costacurta appartiene a questa categoria. E quando parla di Rafael Leao, lo fa senza sconti, senza diplomazia, senza quella cautela che spesso accompagna i giudizi sui grandi talenti. Il risultato è una presa di posizione che pesa, perché arriva da chi il calcio lo ha vissuto ad altissimo livello e con standard molto precisi.
Il punto di partenza è il Milan. Per Costacurta, l’idea di un Milan da Scudetto non regge: “Il Milan è da Scudetto? Secondo me, no. Ha la coperta corta. Se riesce a restare compatto può fare risultato. Per caratteristiche dei suoi, soprattutto dietro, è costretto a difendere basso”. Un giudizio tecnico, non ideologico, che fotografa una squadra costretta spesso ad adattarsi più che a imporre la propria identità.
Ma è quando il discorso si stringe attorno a Leao (per altro ieri contro il Como autore di un assist delizioso) che l’intervista diventa materia incandescente. “Non sono un estimatore di Leao, non lo sono dalla prima ora”, chiarisce subito Costacurta, togliendo ogni ambiguità. Non è una critica dell’ultimo momento, né figlia di una stagione storta. È un’idea sedimentata nel tempo, fin da quando il portoghese, appena diciannovenne, veniva già proiettato nel pantheon dei predestinati.
Il paragone è pesante e volutamente tale: i Palloni d’Oro. “Io ho giocato insieme a tanti Palloni d’oro, tutta gente che metteva il proprio talento al servizio della squadra”. Qui non c’è nostalgia, ma una linea di confine netta: il talento, per Costacurta, non basta se non diventa funzionale. Leao, invece, viene definito “enigmatico”, uno showman del pallone, capace di giocate spettacolari ma non sempre decisive. La bellezza, dice Costacurta, deve essere anche efficace. Altrimenti resta esercizio di stile.
Il passaggio sull’età è forse quello che più colpisce: “Leao non è più un ragazzino, a giugno farà 27 anni, non 20”. È una frase che pesa più di tante statistiche. Perché sposta il discorso dalle promesse al presente, dalle potenzialità alla responsabilità. A quell’età, suggerisce Costacurta, il talento dovrebbe già avere una direzione chiara.
L’intervista, però, si allarga e diventa una riflessione più ampia sul calcio e sui suoi protagonisti. Sugli allenatori, ad esempio, Costacurta distingue nettamente tra chi vive di quotidianità e chi può adattarsi al contesto della nazionale. Pep Guardiola viene definito un fenomeno, ma poco adatto al lavoro sporadico delle selezioni. Antonio Conte, invece, è indicato come un’eccezione capace di incidere ovunque.
Quando parla dei grandi della panchina, il vertice è chiaro: Carlo Ancelotti, davanti a tutti, subito dietro Johan Cruijff e Arrigo Sacchi, descritto come un rivoluzionario, “Leonardo Da Vinci” del pallone. Non mancano stoccate anche a Massimiliano Allegri, fuori dalla top five, e a José Mourinho, grande vincente ma mai realmente capace, secondo Costacurta, di migliorare le squadre allenate.
Curiosa e significativa la chiosa su Cristian Chivu, definito intelligente, camaleontico, intrigante. Un nome che guarda al futuro, come a dire che il calcio non è solo memoria e confronto, ma anche osservazione attenta di ciò che verrà.
In mezzo a tutto questo, Leao resta lì, al centro del dibattito. Talento indiscusso, certo. Ma anche simbolo di una domanda che torna ciclicamente: quanto basta il genio, se rimane sregolato?
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