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Opinioni & Rubriche

Ci aggrappiamo alla C d’Europa. Serie A, a che servono 20 squadre?

Scritto da
Mirko Calemme

Una riflessione sul momento attuale della Serie A, le cui squadre in Europa hanno al momento una sola rappresentante: la Roma in semifinale di Conference League.

Salutiamo un’altra tornata di partite europee raccogliendo i cocci, ancora una volta. Abbiamo osservato lo spettacolo dei quarti di Champions più o meno come Max Pezzali guardava la regina del ‘Celebrità’: imbranati, intimiditi e invidiando “i ragazzi più grandi”.

Per tornare al livello di quegli scontri titanici serviranno tempo, pazienza, riforme e, soprattutto, un enorme aumento dei ricavi. Magari, visto che per stadi e centri sportivi, nel migliore dei casi, ci vorrà un altro decennio, potremmo iniziare rendendo più competitivo il nostro principale campionato con una mossa semplicissima: tagliando due squadre.

L’idea “più partite, più soldi da spartire” non ha funzionato, e allora tanto vale rinunciare a quattro giornate (alleggerendo anche i calendari) e passare a 18 club.

Serie A, urge la rivoluzione: e se fosse a 18 squadre?

Prendiamo l’attuale classifica. Tagliando Genoa e Salernitana, la zona retrocessione sarebbe composta da Venezia, Cagliari e Sampdoria. Il vantaggio di Spezia, Empoli e Udinese (che ha due gare in meno) passerebbe da 11, 12 e 14 punti, a quattro, cinque e sette. Un margine importante, ma assolutamente recuperabile a sei giornate dal termine.

Volendo esagerare (ma nemmeno troppo), si potrebbe anche immaginare un campionato a 18 squadre e quattro retrocessioni. Nel 2003 la formula era questa: quell’anno portammo due squadre in finale di Champions e un’altra in semifinale. Con un formato del genere, dovrebbero stare attente addirittura anche Bologna e Torino, a +4 e +6 dall’inferno. Tutto ciò si tradurrebbe in maggiore incertezza e azzeramento pressoché totale di club senza obiettivi nelle fasi decisive della stagione. Partite più belle, più sofferte, più seguite, più competitive, un prodotto più appetibile per il mercato televisivo e non solo. Alla lunga, il movimento ne gioverebbe.

Non ci resta che la Conference League

E invece tutto tace, tutto resta uguale a sé stesso. Nonostante un’altra stagione disastrosa a livello di club e la storica umiliazione che ci lascerà senza Mondiali per 12 anni. Con l’Atalanta battuta in casa dal Lipsia, dobbiamo accontentarci, addirittura esultare per la Roma in semifinale di Conference League conquistata battendo l’ormai temibile Bodo Glimt, il cui valore di mercato totale, secondo ‘Transfermarkt’, è inferiore a quello del solo Marash Kumbulla.

L’elenco di avversari affrontati dai giallorossi finora presenta Trabzonspor, CSKA Sofia, Zorya Lugansk, Vitesse e, appunto, Bodo. Esaltarsi di fronte a questo cammino è quasi umiliante, ma Mourinho ha avuto l’enorme merito di trattare questa competizione come un’opportunità e non un fastidio, come accade solitamente (e tristemente) tra i nostri club. Ora viene il difficile. Tocca il Leicester che in Premier League è nono e, nell’eventuale finale, una tra Marsiglia e Feyenoord. Il livello si alza, ma lo Special One può farcela a riportare un trofeo internazionale per club in Italia, interrompendo il digiuno iniziato nel 2010. Magari chiuderà il cerchio da lui aperto con quell’Inter e ripartiremo da lì.

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