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Calcio Internazionale

L’Union Berlino, la “squadra culto” di Berlino Est è in Champions League

Scritto da
Giancarlo Di Stadio

Tra i verdetti della giornata di ieri arriva anche la notizia della qualificazione in Champions League dell’Union Berlino.

Mentre tra Dortmund e Colonia si consumava lo psicodramma Borussia e il trionfo del Bayern Monaco, a Berlino andava in scena la vittoria dell’Union contro il Werder Brema. La rete di Rani Khedira, fratello minore dell’ex Juventus Sami, che regala alla squadra della capitale una storica qualificazione in Champions League.

Dopo un campionato giocato sempre nelle posizioni di vertice, l’Union Berlino è riuscita a centrare il quarto posto in classifica, dietro Bayern, Borussia Dortmund e RB Lipsia, diventando la seconda squadra dell’ex DDR, dopo proprio quest’ultimi, a centrare la qualificazione in massima seria. Con un percorso che però, a differenza del RB, gioco di parole per ‘nascondere’ Red Bull, Lipsia, è totalmente diverso.

Già, perché mentre il RB Lipsia deve la sua fortuna agli investimenti della multinazionale austriaca, l’Union Berlino arriva a questa qualificazione in Champions League dopo un lunghissimo percorso in cui al centro sono sempre stati i tifosi. Non a caso infatti il club berlinese è considerato, sia in patria che in Europa, una squadra di culto, intimamente legata al mondo ‘popolare’, al suo essere da sempre anti-sistema e, negli ultimi anni, anche un po’ legata al complesso fenomeno nostalgico dell’Ostalgie.

Nella Germania “del popolo” ci vuole una squadra del popolo

Le radici dell’Union Berlino affondano negli inizi del ‘900, ma, come tutti i club tedeschi, la seconda guerra mondiale rappresenta uno spartiacque sportivo e non solo. La divisione della Germania in due stati, uno capitalista ad Ovest e uno comunista ad Est, si abbatte anche sulla sua capitale e si riflette anche nell’Union che, da squadra di ‘tutta’ la città di Berlino, si ritrova ad avere metà giocatori da un lato del (in quel momento ipotetico, ma da lì a qualche anno esistente davvero) muro, metà dall’alto.

Nei frequentissimi stravolgimenti che caratterizzano il calcio della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, Berlino si ritrova ad avere tre squadre. Come in tutti i paesi comunisti le squadre si formano attorno a determinati settori. Mentre ad Ovest sono legate ai grandi gruppi industriali, come ad esempio la Bayern, ad Est si legano a determinati settori governativi. Così la Stasi, la temibile polizia governativa, ha la Dynamo, l’esercito ha il Worvarts, mentre i sindacati, i lavoratori, il popolo si devono accontentare dell’Union Berlino. Quella tecnicamente più debole delle tre.

E proprio in questi anni, quelli del campionato della DDR dominato da Dynamo e Worvats, da Dresda e Carl Zeiss Jena, che l’Union inizia a diventare squadra culto. Non certo per i risultati in campo, si fa notare infatti solo per una coppa nazionale vinte, ma per la sua natura di squadra dei lavoratori in un contesto in cui le altre squadre afferivano, chi più e chi meno, agli apparati di potere del governo. E il derby tra Dynamo e Union, tra governo e lavoratori, diventa anche occasione di contestazione nei confronti del potere.

Non è un caso poi che l’Union oggi sia intimamente legata al sentimento della Ostalgie, quel rapporto che i tedeschi dell’Est hanno con il ricordo della DDR. Da un lato nessun rimpianto per il governo, idealmente rappresentato anche da squadre come la Dynamo, ma molta nostalgia per un modo di vivere che contrastava l’isteria capitalista e consumista dell’Occidente. Un modo di divere “popolare”, come l’Union, in contrasto anche con i colossi capitalisti che controllano tutt’oggi le squadre dell’Ovest.

Dal quasi fallimento alla Champions League

Con la riunificazione tedesca l’Union Berlino accusa, al pari della altre squadre della DDR, un calo di risultati che la porta a sprofondare nelle serie inferiori. Le ricche squadre dell’Ovest non ci pensano due volte a saccheggiare letteralmente i club dell’Est. L’Union Berlino rischia più volte il fallimento, ma ogni volta, a dimostrazione del legame con la propria squadra intervengono i tifosi.

Nel 1997 i tifosi organizzano una marcia sotto la porta del Brandeburgo per trovare nuovi investitori e salvare il club. L’anno dopo con l’iniziativa “cinque marchi per l’Union” danno una mano finanziaria ad una società sempre più alla canna del gas. Iniziativa ripetuta qualche anno dopo con una donazione di sangue collettiva (in Germania la donazione di sangue prevede un rimborso per il donatore, ndr) con versamento del ricavato al club.

Ed anche quando la federcalcio tedesca mette i bastoni tra le ruote, come nel caso dello stadio An der Alten Försterei, ci pensano i tifosi. Tra il 2008 e il 2013 infatti 14mila tifosi prestarono la loro opera gratuita per lavori di ampliamento e ammodernamento dell’impianto. Tanto che nel 2009 i tifosi comprarono parte dello stadio, diventando di fatti un unicum del calcio tedesco.

Grandi e piccoli gesti che hanno accompagnato al crescita sportiva del club, capace di accusare il colpo della riunificazione tedesca e di reinventarsi. Di sopperire alla mancanza di grandi gruppi industriali, come la Volkswagen, l’Audi, la Red Bull o la Bayer con il calore e la partecipazione dei tifosi. Una scalata che ha visto prima la promozione in Bundesliga, poi la qualificazione in Conference League, poi quella in Europa League e adesso in Champions League. E chi sa se il Meisterschale non sia il prossimo passo.

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