Allegri avverte il Milan: troppi errori sulla strada per la Champions

Dopo il pareggio in extremis della Fiorentina, Allegri fa il punto sul Milan con un messaggio chiaro sulla corsa Champions.

Una squadra cambia pelle. Un allenatore chiede misura. In mezzo, la promessa più semplice e più difficile del calcio: fare le cose giuste, al momento giusto, con chi sta meglio. Il pareggio in extremis della Fiorentina contro il Milan non è solo un risultato: è una fotografia.

Allegri avverte il Milan: troppi errori sulla strada per la Champions – serieanews.com

“Non si possono creare 100 occasioni, bisogna sfruttare quelle che abbiamo.” È una frase che suona antica, quasi artigianale. Chi vive di campo la ripete da sempre. Allegri l’ha scolpita nel suo vocabolario, e il Milan di oggi la rende attuale: conta la precisione, non la quantità. E conta il turnover, perché non si può giocare sempre con gli stessi undici.

Il contesto pesa. Nell’ultima annata rossonera la rosa è cambiata in profondità. Circa il 55% dei giocatori è stato rinnovato: il dato esatto può variare in base ai criteri, ma l’ordine di grandezza è chiaro. Oltre dieci innesti in un’estate. Nuove gerarchie, nuovi automatismi, nuovi tempi.

Precisione prima del volume: il cuore del problema

La domanda, allora, non è quante occasioni crei, ma di che qualità. Concretezza, in una parola. È un tema che torna nelle dichiarazioni post partita: “Non è che nel calcio puoi fare 100 occasioni. Devi essere molto più preciso, lo siamo stati per tanto tempo e dobbiamo tornare a lavorarci”.

Basta un episodio a chiarire il concetto: Milan–Newcastle 0-0 in Champions, tante conclusioni, poca lucidità. Volume alto, rendimento basso. Al contrario, ci sono partite in cui una sola giocata pulita basta a spostare l’equilibrio, come a Genova. È l’alfabeto delle squadre mature: capitalizzare.

La precisione non è un talento astratto. Si costruisce. Scelte rapide nell’ultimo terzo, corpo orientato, tempi d’inserimento. Il Milan ha aggiunto profili con uno scatto mentale in più tra le linee e, quando l’intesa cresce, lo vedi: triangoli corti, palla bassa, attacco al secondo palo.

Non serve tirare venti volte se tre sono tiri veri. In Serie A, spesso, la differenza sta in due situazioni per tempo. Le squadre che mantengono percentuali di realizzazione stabili lo fanno perché difendono alto il recupero e rifiniscono semplice. Non per magia.

Turnover e gestione delle energie: non è prudenza, è metodo

L’altro pezzo del discorso è fisico e mentale. Partite ogni tre giorni, trasferte, minutaggi che si accumulano. Qui la frase “non si può giocare sempre con gli stessi undici” smette di essere un aforisma e diventa strategia.

Nel post partita il concetto è stato esplicito: “Nel primo tempo abbiamo speso molto, c’era bisogno di minutaggio e soprattutto far riposare un po’ chi finora aveva giocato di più”. Non è una gestione emergenziale, è programmazione.

Dieci minuti in meno oggi valgono più di un massaggio domani. Le squadre che arrivano in primavera con gamba e idee hanno iniziato a ruotare in autunno, quando nessuno ne parla.

Dentro questo quadro rientrano anche le valutazioni individuali. “Nkunku non è l’unica nota positiva. Abbiamo fatto un buon primo tempo, avuto occasioni e non ci siamo riusciti. Dopo l’1-1 abbiamo ricommesso l’errore fatto col Genoa”.

Nkunku è un caso emblematico: qualità evidenti, ma serve tempo. “Ci vuole pazienza”, è stato detto. Lo stesso vale per Leao, non ancora al meglio per determinare nell’uno contro uno.

Su Jashari il passaggio è quasi didattico: “Ha qualità, ma deve capire il calcio italiano”. Il siparietto con Modric dopo Genoa è rivelatore: marcature a uomo, letture tattiche, un calcio che chiede adattamento prima ancora che talento.

In avanti, il riferimento a Fullkrug è chiaro: “Se lo porti dentro l’area, ha qualità importanti”. Anche qui, questione di scelte e spazi, non di abbondanza.

Il finale rimette tutto in prospettiva: “Mancano ancora da 34 a 36 punti per arrivare in Champions. Non penso a Inter-Napoli, dobbiamo pensare a noi stessi. Andiamo piano e non perdiamo di vista la realtà”.

La realtà è questa: una squadra profondamente rinnovata, un percorso ancora in costruzione, e la necessità di accettare che la bellezza, oggi, non stia nell’abbondanza ma nella scelta giusta.

Davanti a una stagione lunga, la domanda resta aperta: meglio un undici scolpito o un’orchestra che cambia strumenti senza perdere la melodia?

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