Febbraio scorre scuro e la fotografia è impietosa: la Juventus si guarda allo specchio e vede crepe. E i numeri non fanno il gioco di Luciano Spalletti
Luciano Spalletti non ama i numeri. Lo ha detto, lo fa capire. Ma oggi quei dati battono il tempo, uno dopo l’altro. La Juventus vive un rendimento altalenante.

Il primo obiettivo è già saltato: la Coppa Italia. Gli altri due ondeggiano: il quarto posto in Serie A, staccato di quattro punti, e la Champions League, dove il cammino appare quasi compromesso. L’immagine è chiara, anche senza metafore: la squadra inciampa, fatica, si scopre fragile.
Spalletti è salito sul treno in corsa a fine ottobre. È vero. Ma ora risponde della foto del presente. E il presente dice questo: un pareggio e quattro ko nelle ultime cinque gare ufficiali, con una media di tre gol subiti a partita. In campionato la curva è discendente. La sensazione in tribuna è di spaesamento. Allo Stadium, più che rabbia, si sente un mormorio lungo, come se i tifosi bianconeri cercassero il filo.
C’è un precedente che punge. Dopo 26 turni, la Juve non raccoglieva così poco dai tempi del 2010-11, stagione chiusa allora a quota 41. Tradotto: peggiore parziale degli ultimi 15 anni. Non è una ferita estetica. È sostanza che si riflette in classifica e sul morale.
I numeri che non tornano
Qui arriva il confronto che brucia. Alla 26ª giornata della scorsa stagione, la Juve di Thiago Motta aveva tre punti in più di quanti sommano oggi l’avvio di Tudor e la gestione Spalletti. Aveva segnato lo stesso bottino di reti (43) ma con una tenuta difensiva diversa: 21 subite contro le 25 di oggi. Aveva pareggiato tanto, 13 volte, ma perso una sola partita. Oggi le sconfitte in campionato sono già sei. La fotografia è netta. Se il brasiliano-italiano è stato esonerato per penuria di risultati, questa Juve viaggia peggio.
Qualcuno obietta: con Spalletti la media è 1,82 a partita. Proiettata, supera i 69 punti. Vero. E Tudor, all’inizio, viaggiava a 1,50, da 57 a fine stagione. Ma è il momento sbagliato per addolcire la pillola. Il calendario non aiuta e toglie alibi: in questo mese si sono già incrociate Napoli, Inter, Lazio, Como e Roma. E tra due impegni caldi, Galatasaray e ancora Roma, serve cambiare marcia. Subito.
Cosa può cambiare adesso
A Continassa la priorità è semplice: smettere di regalare campo e occasioni. L’equilibrio si ritrova con scelte chiare. Blocchi stretti. Linee corte. Meno frenesia negli ultimi 20 metri. La Juve deve togliere ossigeno agli avversari e rimettere ossigeno alle proprie idee. Serve la leadership di chi ha schiena dritta. Danilo in campo, Locatelli in mezzo, Chiesa quando strappa: esempi pratici, non slogan.
C’è poi un piano mentale. La squadra ha bisogno di partite “pulite”. Una volta tornata la solidità, anche le giocate di qualità riemergono. Non abbiamo dati certi su percentuali di qualificazione europea, ma è chiaro l’effetto domino: ogni gol evitato vale due sul piano emotivo.
Alla fine, i numeri non mentono. Ma dicono solo la metà della storia. L’altra metà la scrive il campo, domani. La Juve sceglierà chi essere nei prossimi 90 minuti: un gruppo che sprofonda in silenzio o una squadra che strappa la partita e si riprende il rumore buono. E noi, cosa vogliamo vedere quando lo specchio tornerà limpido?





