Una vita intera a colori nerazzurri, un ragazzo arrivato in silenzio, un leader forgiato dal tempo: poi una notte d’inverno, Ronaldo che ferma un aereo, e un gruppo che capisce cos’è davvero una squadra.
Javier Zanetti è l’Inter quanto l’Inter è Zanetti. Dal 1995 ad oggi: prima terzino instancabile, poi capitano, ora vicepresidente. Nato nel 1973, è diventato recordman di presenze con oltre 850 partite ufficiali e sedici trofei. Arrivò a Milano con Sebastián Rambert. Nessuno lo notò davvero. Lui se lo ricorda senza rancore: passò sotto i radar e si mise al lavoro.

Zanetti spiega il suo segreto in poche mosse: studiare, aggiornarsi, curare ogni dettaglio. Dopo il ritiro ha continuato a formarsi. Lo dice anche ai giovani: niente scorciatoie. Con la curva e gli ultrà racconta rapporti normali. Foto, autografi, distanza giusta. “C’è una linea da non oltrepassare.” Punto. È un approccio semplice, verificabile, che spiega perché sia rimasto un riferimento in società.
Sui presidenti, una parola sola: Moratti. “Famiglia.” Con gli allenatori, le sfumature contano. José Mourinho lo chiamò appena arrivato: “Sarai il mio capitano.” Parlava già un ottimo italiano. Con Gigi Simoni, il tono si fa tenero: “Un padre, rendeva tutto semplice.” Con Zaccheroni, invece, fu più duro: tattica a oltranza, anche un’ora filata. Chi ha vissuto spogliatoi sa cosa significa una gestione così.
Qui il racconto cambia ritmo. È il 20 dicembre, si gioca a San Siro contro la Roma. Ultimo volo per il Sudamerica alle 22.30. La partita è ancora in corso. Ronaldo il Fenomeno guarda lo spogliatoio e decide: “Chi parte con me, doccia in due minuti e via.” Finisce 4-1. Si corre. Si arriva in aeroporto a mezzanotte. L’aereo è lì. Ha aspettato.
Ronaldo, con il suo carisma fuori classifica, lo ha tenuto fermo. Immagina la faccia dei passeggeri quando vedono salire i giocatori ancora con l’adrenalina addosso. È un frammento concreto, datato e riconoscibile, che restituisce il peso specifico del campione oltre il campo.
Zanetti e i compagni di squadra
Zanetti non si ferma alla nostalgia. Parla di Roberto Baggio con rispetto. “Campione assoluto, compagno generoso.” Sulla rapina che lo ha colpito, aggiunge solo un dettaglio umano: l’ha visto piangere. Non ci sono numeri né ricostruzioni ufficiali da aggiungere qui senza cadere nell’inesatto; resta l’immagine nuda di un campione che cede alle lacrime.
Chiude con Chivu: “Uomo di rara intelligenza, preparatissimo, grande motivatore.” Cerca la prestazione prima del risultato. Nel percorso europeo contro Atlético e Liverpool, dice, “ci mancano due punti”. Non sono stati precisati minutissimi tecnici, ma il ragionamento è chiaro: l’analisi viene prima dell’alibi.
C’è un filo che attraversa tutto. Disciplina, rispetto dei ruoli, responsabilità. E poi il gusto dei gesti fuori scala: l’aereo che aspetta, il telefono che squilla quando chiama Mourinho, la mano di Simoni sulla spalla. Domanda finale, senza retorica: in un calcio che corre più veloce di tutti, cosa resta davvero? Forse questo: una memoria comune che ti accompagna mentre esci dallo stadio e la notte, per un attimo, sembra fermarsi anche per te.





