Un Paese che vive il pallone come una lingua madre e che, davanti allo specchio, si chiede: è l’ora di cambiare tutto o di strapparsi da solo? Tra il “no” ad Andrea Pirlo e la scelta di Roberto Mancini, la stampa estera ha guardato l’Italia come si osserva un amico brillante ma irrequieto: capace di cadere in scena e, un attimo dopo, di strappare l’applauso.
C’è stata una settimana in cui ogni notizia sembrava una spinta in più al caos del calcio italiano. Il dibattito su una possibile chiamata a Pirlo per la panchina azzurra è rimbalzato ovunque. Nessun atto ufficiale, molte ricostruzioni: il “no” ha preso la forma di un segnale. La FIGC voleva esperienza, non un’icona al debutto. Poi è arrivata la nomina di Roberto Mancini. E il racconto, fuori dai confini, ha cambiato ritmo.
Da Londra a Madrid, da Parigi a Berlino, gli occhi erano su di noi. Prima del punto centrale, però, un passo indietro. Il mondo non aveva dimenticato la notte di San Siro con la Svezia: esclusi dal Mondiale 2018, la prima volta dal 1958. Un dato semplice e crudele. Nel mezzo, un campionato che brillava in TV ma faticava nelle idee, e una Nazionale senza identità. In questo quadro, l’ipotesi-Pirlo è stata letta come la tentazione romantica di un calcio che ama il mito più della procedura.
Come ci guarda l’estero
Gli inglesi, più freddi, hanno insistito sull’“identità perduta” dopo il 2006: organizzazione fragile, troppi cambi, una filiera tecnica interrotta. Gli spagnoli hanno usato parole severe sul “talento sprecato”: all’estero vedono qualità individuale, ma non sempre un sistema che la moltiplica. I francesi hanno richiamato Coverciano e la tradizione tattica: se c’è un Paese che può riordinarsi, è l’Italia. I tedeschi, pragmatici, hanno puntato sul governance: scelte chiare, compiti definiti, meno personalismi.
Ed è qui, più o meno a metà, che la nomina di Mancini commissario tecnico ha iniziato a muovere l’aria. La lettura prevalente fuori: non un colpo di teatro, ma un reset ragionato. Curriculum verificabile, metodo riconoscibile, capacità di creare un blocco. Mancini arrivava nel maggio 2018 con una promessa implicita: rimettere insieme i pezzi senza innamorarsi delle formule.
Mancini, tra metodo e scintilla
I numeri, sull’estero, hanno pesato: 37 partite di imbattibilità tra 2018 e 2021, un record per l’Italia. La vittoria di Euro 2020 a Wembley, l’11 luglio 2021, è stata raccontata come una rinascita meditata più che un miracolo. La “stampa internazionale” ha sottolineato due cose: l’uso coraggioso dei giovani (da Barella a Chiesa) e un’idea di gioco propositiva, pragmatica quando serviva. Non tutti hanno esultato allo stesso modo — in Inghilterra quel rigore decisivo brucia ancora — ma il giudizio sul percorso è stato ampio: l’Italia, quando fa l’Italia, resta una scuola.
Resta il nodo di fondo, quello che ci riguarda più della pagella estera. Il “no” a Andrea Pirlo è stato un bivio narrativo: cuore o metodo? Forse la risposta sta nell’equilibrio. Il nostro calcio non è condannato all’autodistruzione, ma nemmeno dispensato dal lavoro lento: settori giovanili, stadi vivi, dirigenti che scelgono prima le competenze dei nomi. L’energia che ci rende imprevedibili può creare, non solo scompigliare.
Io ci penso ogni volta che, nel bar sotto casa, parte il brusio al primo controllo orientato di un ragazzo in maglia azzurra. Lì capisci che la rinascita non è un titolo di giornale, ma un’abitudine: passare da un gesto bello a una squadra affidabile. Siamo pronti a farla diventare la norma, anche quando i riflettori si spengono?



